C’era una volta a… Hollywood

Ovvero: elogio dell’innocenza nell’ultimo film di Quentin Tarantino

Sarà stato contento Roman Polansky per la figura poetica plasmata su sua moglie Sharon Tate, assassinata incinta e in modo brutale da Charlie Manson e dai suoi accoliti satanisti nel 1969 nella villa di famiglia a Hollywood.

C’era una volta a… Hollywood è un elogio all’innocenza curiosa e vitale impersonata da Sharon, e che fa da leitmotiv per tutto il film, tra hippy criminali, attori in declino e scenari, suoni, voci, marijuana, feste psichedeliche, auto e moto che hanno segnato l’epoca dei figli dei fiori, della guerra in Vietnam dello stupore psichedelico degli States di quegli anni.

Tarantino firma un altro capolavoro carico di atmosfere vintage, con la sua solita grammatica didascalica e iconografica che spiega in alcuni passaggi ciò che non potremmo sapere nella narrazione filmica. Il solito pourpourri di tendine, titoli, ma anche voci fuori campo che hanno reso così originale il suo racconto ergendolo a registro stilistico.

“C’era una volta” non è solo una citazione a Sergio Leone, e sappiamo quanto Tarantino ami i western all’italiana, ma anche l’indicazione che il regista dà allo spettatore: ehi, questa è una favola e le cose non sono proprio andate come te le racconto, ho usato protagonisti di totale fantasia come come Dick e Cliff: un attore sul viale del tramonto condannato a ruoli di bounty killer cattivo moto sparato e il suo stunt man, in realtà uomo tuttofare di Dick, capace di imprese inaudite come mettere al tappeto un Bruce Lee dipinto come un autentico imbecille.

In queste due parti sono ottimi e affiatati Leonardo di Caprio e Brad Pitt, praticamente i protagonisti attorno ai quali girano i due terzi della storia, mentre l’altro terzo va a Sharon Tate, che ama rivedersi nelle pellicole da lei girate con lo stupore di una bambina.

In definitiva c’è molta materia di riflessione per un film tutt’altro che scontato e che rappresenta una finestra sul mondo americano con un velo disisincantato, senza nulla lasciare alla critica sociale alla quale ci avevano abituati i movie anti-hollywoodiani come Il laureato, Easy rider o L’uomo da marciapiede, anche se sul piano musicale abbiamo le atmosfere dei brai brani di Simon e Garfunkel insieme ai Papas and Mamas e altri. Un uso sapiente di toni musicali anche differenti tra loro, che però competano il quadro iconografico d’un’epoca. Al contrario abbiamo ancora l’uso del grottesco, di scansioni veloci, di una suspence incalzante a precedere le azioni decisive, in plot però più lineare e semplice di un Pulp fiction.

C’era una volta a… Hollywood è un film che si vede con estrema piacevolezza e le due ore e quaranta di durata non vanno a discapito dell’attenzione.

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